Il senso della neve

Il senso della neve

 

E' disponibile la mia nuova silloge "Il senso della neve" (PuntoaCapo, 2016) con prefazione di Ivan Fedeli e postfazione di Tomaso Kemeny.

 

 

IL SENSO DELLA NEVE

 

L’inverno è l’indugiare del pensiero

il perdersi nel vuoto delle stanze

fuggendo l’aria succube nel gelo

raccogliere le gocce della brina

stillarne fiato a pelo delle labbra

e reggere al tranello del già detto

all’esile lusinga del cantabile:

donzelletta passero assiolo, questa

bella d’erbe famiglia e d’animali

nonna Speranza e ogni caro poetico

vecchiume di lune e favole belle

il pio bove, i cipressi del Carducci.

 

Altro il timbro degno del nostro tempo

col pollice alle nocche un Vanni Fucci

che uncina, che flagella, che dà strazio

Pluto, Minòs ch’avvinghia alla sua coda

Flegiàs, Semiramìs lussurïosa    

e serve una parola rattrappita

potata come un pesco di febbraio

quando sferza le guance tramontana.

Serve un torsolo minimo di voce

senza ravvedimenti, mediazione

stanar l’arpeggio nello sciabordio

delle stoviglie, frugare le pieghe

remote della polvere, scoprire

la chiave del durare in ciò che è breve

lo spazio dove resta illeso il bianco

allo svanire certo della neve.

 

TEMPELHOF RITIRO BAGAGLI

 

Se di quando sdrucisce il filamento

breve di silenzio e l’allarme acustico

innesca il tamburo motore al rullo

portante sul pignone di sostegno

e ruota in cerchio il corteo policromo

d’attese valige per passeggeri

come noi freschi di dogana e sbarco,

di quale rara perizia cronometrica

- solo tredici i minuti d’inerzia –

di tale programmazione germanica

ti chiedi mentre vigili lo zaino

se ha senso ancora scriverne, stupire.

 

Molte ne squarciarono per toglierne

giacconi di velluto portagioie

bottoni in madreperla argenteria,

stracciarne doppi fondi, fare scempio

di foto e bibbie, qualche menorah

nel lino avvolto, figli timorati

di sarti e esangui maestrine darsi

maggiordomi nei campi di lavoro

infermieri d’iniezioni al fenolo

improvvisati cavadenti d’oro,

valige marocchino tela cuoio

le ricordo in cataste sotto vetro

come campane di silenzio, a fianco

tumuli d’occhiali ricci scarpette.

 

Perché non è quello che resta, scalcia

la storia, non quello che sai malgrado o

comunque si dimentica, ma limpido

persistere, decifrazione muta

una radice strenua d’assonanze,

perché striscioni d’accatto su spalti

di stadi e graffitari eskimo e svastica

baffino o baffone, zarina o zarone

croci celtiche a uncino bizantine

sono solo carcasse di giocattoli,

il sagomarsi nella consuetudine

ad indifferenza, ad inettitudine

ha senso che si scriva per redimerne,

è scaltro mimetismo mertensiano

l’ibrido fanerico aposematico

- come in taluni ditteri, imenotteri

o del serpe corallo leggo pure –

è il camuffamento asintomatico

di nuove belve in frac o redingote

e il chiedersi se si riesca a distinguerlo

che accende la memoria associativa

in coda nel ritiro d’un bagaglio,

perché forse è questo poco che più

speri d’apprendere, alla sfilata ultima

collezione stanare il dejà-vu.

 

LITURGIA DELL'ASSENSO

 

Il risveglio è assenso a se stessi

mescolarsi alla vita nelle strade

raccogliere quel brandello di luce

sul profilo dissenziente del volto.

Già s’affoca la giada del meriggio

ed è ancora cammino questo peso

crudele d'ore, il riflusso del cuore

su periferie di sguardi, mani

assenti nel saputo loro assolversi.

 

Un precipizio d'attimi s’apprende

sul cerchio conchiuso dei pugni,

poi l’alloro diaspro del crepuscolo

si poggia sulle ciglia d’orizzonte

e anche il giorno si chiude

in raggiro di stelle.

Restano pochi stralci

renitenti di nuvole,

come respiro trattenuto

lievi marezzano a debole vento.

Presagio assopito, schegge di battito.

Frammenti del mio tempo

Frammenti del mio tempo

FUGGIMMO

 

Fuggimmo dalla fola dell’esistere.

Non fu cielo, ma concavo coperchio

un breve alone di fiato sul vetro.

Non diamo testimonianza, tremiamo

nel fuoco radiale di pietre ed ossa.

 

Uccelli distraggono ombre di voli

piume, verticale silenzio d’ali.

L'erba scaglia radici tra le palpebre.

La notte batte una cupa campana

getta saliva di polvere e vento.

 

Non spargete fiori, ma spade ardenti

di memoria, e sale su ciglio e fronte

noi assioma pervicace di buio.                      


 

 

LA VELOCITA’ DELLA LUCE

 

Eccoli accorrere fradici nei loro camici bianchi

trafelati per lunghi corridoi sotterranei

scapigliati contratte le mani sui goniometri

fra condotte e giganteschi magneti attoniti

gli occhi increduli stregati

sugli schermi degli elaboratori

fitti di riscontri curve evidenze

inconfutabile oracolo d'orologi solari.

«S’è varcata la barriera della luce»

finisterrae dell’umano sconfinare.

 

Inchiodate le lingue nelle mandibole

tracciano il segno indicibile sulle fronti.

Ora arretreranno il tempo arrendevole

domeranno coni di fotoni arcuandoli

nell’intreccio, senza orizzonte, degli eventi.

«Guarderemo prima d’avere occhi

vivremo prima di essere esistiti

concepiti prima del concepimento»

 

Fra i cavi aggrovigliati dello spettrometro

sonnecchia il ragno annoiato sulla tela,

la muffa nello spigolo in alto a destra

trattiene a stento la commozione.

 

NESSUN INDUGIO

 

La trepidazione d’un giorno nascituro

è nella liturgia di pochi gesti esatti

nella collaudata ripetizione del transire:

il cucchiaino di zucchero da affogare

nel gorgo nero del caffè del mattino,

il quotidiano mappale dello smarrirsi

in angusti gusci lucidi, d’acrilico o latta,

il logorarsi cuore e mani tra pareti

di sconfinato bianco senza cuore.

E poi quel trucco colato sulle guance

spina contumace a questa stirpe di quiete.

 

Credimi quando dico non è verso

questa voce calcinata che si strozza,

non è officiare a mani giunte nell’assenza

una morfina dolce obliviosa.

Ti dico credimi, se il cielo ancora si scortica

su quel racimolo d’ombra, se scaglia ancora

esili sproni di brezza, se frantumi di luce

infiorano lo scosceso davanzale del petto, tu ridillo

Nessun calvario è insensato vagare.

 

Credimi quando dico quando ripeto non è verso.

Credimi, quest’esiguo di voce non è rantolo,

                                              non musica

è nuda testimonianza.

 

A ROVESCIO

 

Talvolta accade che un labbro ti sfiori

dal gelo siderale dell’infanzia

e capriola di respiro solletichi

quell’angolo più in ombra del tuo lobo,

ruzzoli sullo scivolo di vertebre

a dirotto nello scavo del cuore

 

e senti nostalgia del minuscolo

del farsi più piccino, quasi fumo

svanito al suo destino, a quel tempuscolo

minuta evanescente sulla pagina

e strizzi gli occhi come nel risveglio

dall’incantesimo di un nascondino

dove chi vince è chi

sa più disperdersi, rendersi minimo

rimpicciolire al gioco degli specchi

smagrire anni, retrogradare il passo

affusolarsi come in dissolvenza

a fuoco sul rovescio d’un binocolo.

Il senso della neve

Il senso della neve

 

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